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EUROPA PERENEMMENTE AL BIVIO

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La crisi dell’attuale modello europeo e il peso delle sovranità mai cedute si trovano oggi di fronte a una verità sulla propria natura istituzionale e politica dell’Unione europea. Il processo di integrazione si scontra quotidianamente con la realtà ovvero, che l’Unione non è una federazione di Stati, bensì un’architettura politica, economica e monetaria, in cui all’interno la distribuzione dei benefici è risultata alquanto disomogenea, premiando alcuni Paesi e penalizzandone altri. Di fronte alle crisi contemporanee le istituzioni comunitarie faticano a offrire soluzioni efficaci e tempestive ai problemi reali dei cittadini, rivelando gli obiettivi mancati di un modello che ha promesso stabilità e prosperità senza però dotarsi dei poteri e delle condizioni necessarie per conseguirle.

Il paradosso

L’origine, a mio avviso, di questo deficit strutturale risiede nella volontà degli Stati membri di custodire la propria sovranità nei settori ritenuti strategici. La vicenda dell’Euratom (per approfondimenti Euratom) ne rappresenta il paradosso emblematico.

L’Euratom nasce nel 1957 con i Trattati di Roma per sviluppare un’industria nucleare comune per garantire l’indipendenza energetica del continente ma, la vecchia Comunità Europea dell’Energia Atomica è stata progressivamente svuotata della sua capacità politica.

Gli Stati nazionali non hanno mai accettato, per davvero, di cedere il controllo sull’energia, infatti la Francia ha difeso rigorosamente il proprio monopolio tecnologico e industriale per tutelare un vantaggio competitivo nazionale, mentre la Germania ha preferito seguire una strada autonoma legandosi alle forniture di gas russo a basso costo. L’ Euratom è diventata così un’istituzione con compiti di ricerca e coordinamento tecnico, impedendo la nascita di una vera autorità energetica sovranazionale con potere politico.

Oggi l’Europa paga il conto di queste scelta. L’assenza di strategie comuni nei settori vitali (dall’energia alla difesa, dalle politiche industriali alla gestione dei confini) ha lasciato il continente immobile di fronte agli shock geopolitici ed economici mondiali. La paralisi di Bruxelles nel gestire nodi cruciali cade direttamente sulle società nazionali, manifestandosi sotto forma di inflazione, perdita del potere d’acquisto, aumento dei costi energetici e precarietà sociale. 

Questa incapacità delle istituzioni comunitarie di incidere sulla vita reale della popolazione sta minando le basi della stabilità politica nei principali Stati membri. In Germania, il ridimensionamento del modello industriale e la percezione di un declino economico legato al nuovo contesto energetico hanno alimentato una crescita senza precedenti dell’AfD. Le sue recenti vittorie elettorali nelle regionali della Sassonia-Anhalt e del Meclemburgo-Pomerania Anteriore rappresentano un arretramento significativo per i partiti tradizionali come per la CDU di Friedrich Merz (attuale cancelliere tedesco), dimostrando come la crisi delle risposte europee si traduca inevitabilmente in frammentazione e polarizzazione interna. 

In Francia, il divario tra le esigenze della popolazione e le politiche di bilancio ha innescato una fase di acuta instabilità sociale. Annunci di piani di risparmio da 50 miliardi di euro per contenere il debito pubblico si scontrano con le proteste di piazza contro l’aumento del costo della vita e con mobilitazioni studentesche sfociate in tensioni di piazza. La difficoltà di trovare un equilibrio tra vincoli finanziari europei e tenuta sociale riduce l’autorevolezza di Parigi, limitandone la capacità di esercitare una guida autorevole a livello comunitario.

La Spagna offre un’ulteriore testimonianza di questo logoramento istituzionale. La decisione del Premier Pedro Sánchez di anticipare le elezioni al mese di novembre, determinata dalla mancanza di una maggioranza stabile e dal blocco parlamentare sulle misure di contrasto alla crisi abitativa e al caro affitti, evidenzia come le emergenze quotidiane dei cittadini rimangano prive di risposte strutturali, trasformandosi in fattori di perenne precarietà politica.

Di fronte a questo quadro, emerge la contraddizione di fondo dell’attuale architettura europea. Un’unione economica e monetaria priva di un’effettiva unione politica e sociale ha finito per accentuare i divari interni, creando una percezione diffusa che le istituzioni sovranazionali siano sostanzialmente inefficaci nel proteggere i cittadini e le economie nazionali dalle crisi mondiali.

In questo scenario, anche la collocazione strategica dell’Europa richiede una profonda revisione. La centralità del Mediterraneo, del Nord Africa e delle rotte marittime verso il Medio Oriente e il Mar Rosso dimostra che la sicurezza energetica e commerciale del continente non può prescindere da un’azione forte verso sud, un ambito in cui Paesi come l’Italia rivestono un ruolo geografico naturale che tuttavia fatica a tradursi in una visione condivisa a livello di Unione.

La vera crisi dell’Europa non risiede nell’ipotesi di una sua dissoluzione formale, ma nel fallimento del suo modello operativo. Senza una riconsiderazione critica degli obiettivi non raggiunti e della ritrosia degli Stati a costruire una vera sovranità condivisa laddove serve davvero, l’Unione rischia di rimanere un’architettura formale incapace di decidere, condannata a subire le decisioni delle altre potenze mondiali e a scaricare sui propri cittadini il prezzo delle proprie omissioni. 

In questo scenario, la centralità del Mediterraneo diventa un elemento strategico imprescindibile. Per agire come un attore geopolitico credibile, l’Europa deve ampliare la propria prospettiva oltre l’asse tra Berlino, Parigi e Bruxelles, rivolgendo un’attenzione prioritaria alle dinamiche del Nord Africa, del Medio Oriente e del Mar Rosso. La sicurezza delle forniture energetiche, la tutela dei flussi commerciali e la gestione dei corridoi marittimi collocano Paesi come l’Italia al centro di uno spazio strategico decisivo, che richiede una visione e una politica estera comune.

In conclusione, la crisi contemporanea non prefigura un’imminente dissoluzione dell’Unione Europea, ma segna il tramonto del suo tradizionale modello di governance. Se l’Europa vuole evitare di trasformarsi in una somma di accordi bilaterali e di sovranismi concorrenti, dovrebbe dimostrare di saper evolvere da semplice processo negoziale ad una vera potenza strategica, capace di proteggere i propri cittadini, sostenere la competitività economica e prendere decisioni condivise. La sopravvivenza e la rilevanza del progetto europeo dipenderanno, a mio avviso, dalla capacità dei suoi governi di trasformare le attuali difficoltà nazionali in un nuovo e più incisivo progetto politico comune, altrimenti avremo altri casi come l’Euratom.

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