Seleziona Pagina

La sicurezza economica dell’Italia tra il Golfo Persico e il Mar Rosso

difesa, dottrina strategica, geografia, Italia, Mediterraneo, NATO, sicurezza | 0 commenti

Per anni l’opinione pubblica italiana ha incentrato il problema sulla sicurezza nazionale solo sul Mediterraneo in merito all’immigrazione e sulle crisi del Nord Africa. Eppure le tensioni nello Stretto di Hormuz e le nuove minacce degli Houthi contro il traffico commerciale nel Mar Rosso dimostrano che la sicurezza economica dell’Italia inizia molto più a est. Le rotte che collegano il Golfo Persico al Mediterraneo rappresentano il principale corridoio attraverso cui transitano energia, materie prime e merci da e per l’Europa. Questo corridoio si sviluppa attraverso tre passaggi obbligatori, ovvero: lo Stretto di Hormuz, di Bab el-Mandeb e il Canale di Suez. L’attuale crisi comprende i tre passaggi valutandoli come in una sola catena logistica globale. Se uno solo di questi passaggi viene compromesso, l’intero sistema sull’economia italiana ed europea perde.

Il corridoio strategico dell’economia italiana

Il riprendere delle tensioni nello stretto di Hormuz e i recenti attacchi delle milizie Houthi dello Yemen contro le navi commerciali nello stretto di Bab el-Mandeb evidenziano la necessità di approfondire il tema della sicurezza delle catene logistiche globali.

L’Italia è la seconda manifattura d’Europa e una delle principali nazioni esportatrici del continente con un’economia basata sulla trasformazione delle materie prime che compra sul mercato mondiale e le rivende una volta lavorate. La competitività del sistema produttivo italiano dipende dalla capacità di importare energia, componenti industriali e materie prime in tempi rapidi e a costi sostenibili.

Il percorso seguito da gran parte di queste merci è il seguente:

Hormuz → Golfo di Oman → Oceano Indiano → Bab el-Mandeb → Mar Rosso → Canale di Suez → Mediterraneo → Porti italiani

Questo è il “corridoio della prosperità” italiana.

Quando il traffico lungo questa direttrice rallenta, aumentano i costi del trasporto marittimo, crescono i premi assicurativi, si allungano i tempi di consegna e diminuisce la competitività delle imprese italiane e europee. Gli effetti non si limitano al commercio internazionale, ma incidono direttamente sull’inflazione, sul costo dell’energia, sulla produzione industriale e ovviamente sui cittadini.

Le recenti tensioni tra Iran e Stati Uniti, Israele hanno riportato al centro dell’attenzione internazionale la reale possibilità che Hormuz possa diventare uno strumento di pressione geopolitica. Anche senza una chiusura totale dello stretto, il solo aumento del rischio è sufficiente a provocare rialzi del prezzo del petrolio, incremento dei costi assicurativi e maggiore volatilità dei mercati energetici. Secondo la U.S. Energy Information Administration transitano su questo stretto tra il 20% – 25% del petrolio e GNL consumato nel mondo.

Per l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, ciò significa un immediato aumento dei costi per imprese e famiglie perché buona parte del proprio fabbisogno energetico transita via mare. Anche quando il petrolio e il gas non provengono direttamente dai Paesi del Golfo, le tensioni influenzano i prezzi del mercato internazionale.

L’effetto di questa “guerra” è anche psicologico oltre che materiale.

Bab el-Mandeb: il collo di bottiglia dimenticato

Superato Hormuz, le navi devono attraversare Bab el-Mandeb per giungere al Mar Rosso. Lo stretto che collega il Golfo di Aden con il Mar Rosso, nel punto più stretto, è largo 30 km.

Negli ultimi anni, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, questo stretto è diventato un punto instabile per il commercio mondiale. Gli attacchi condotti dagli Houthi, sostenuti dall’Iran, contro le navi commerciali hanno dimostrato come si possa influenzare le rotte globali attraverso missili, droni e imbarcazioni piccole e veloci. Le loro azioni non sono dirette solo contro Israele, ma hanno il fine il colpire il sistema logistico e commerciale internazionale fondato dagli USA.

Le recenti dichiarazioni del movimento yemenita, che ha annunciato un blocco navale contro i porti sauditi e minacciato ulteriori azioni contro il traffico commerciale nel Mar Rosso, hanno nuovamente alimentato l’incertezza tra armatori e compagnie di navigazione. Alcune petroliere hanno già modificato la propria rotta per evitare l’area, segnale di come anche la sola minaccia possa alterare il commercio internazionale. La portata di queste decisioni è immensa visto che comporta l’aggiunta di circa 4 mila miglia nautiche, 15 gg di navigazione in più con l’incremento del consumo di carburante, dei costi assicurativi, delle merci e minore disponibilità di navi. 

Questa evoluzione dimostra come anche Bab el-Mandeb non sia più soltanto un passaggio geografico, ma un punto di pressione, un’arma geopolitica capace di influenzare le decisioni degli operatori economici.

Suez: la porta d’ingresso dell’Europa

Dopo aver attraversato Bab el-Mandeb, le navi raggiungono il Canale di Suez. Per l’Italia questo non rappresenta semplicemente un’infrastruttura commerciale, ma il principale accesso marittimo verso il Golfo Persico, l’oceano Indiano con i principali porti asiatici.

Un rallentamento o un’interruzione del traffico costringerebbero molte navi a circumnavigare la rotta africana attraverso il Capo di Buona Speranza, aggiungendo migliaia di chilometri ai tragitti, con un conseguente aumento dei costi logistici, dei tempi di consegna e dei prezzi finali delle merci. I recenti attacchi hanno già spinto diverse compagnie a deviare parte della flotta lungo l’interno continente africano, dimostrando quanto l’intero sistema logistico europeo sia vulnerabile.

Perché tutto questo riguarda l’Italia?

Esiste ancora la convinzione, sia in ambito politico che nell’opinione pubblica, che crisi come quelle di Hormuz, del Mar Rosso, in Ucraina e nel Nord-Africa siano eventi lontani. In realtà, esse incidono direttamente sulla sicurezza economica nazionale molto di più di quanto noi pensiamo. Ogni incremento dei costi di trasporto si riflette sulle filiere industriali europee, e quella italiana e una delle più esposte. Le imprese devono sostenere maggiori spese per l’approvvigionamento di materie prime, aumentano i tempi di consegna e diminuendo la competitività delle esportazioni.

Anche il sistema portuale nazionale ne risente. Porti come Napoli, Palermo, Trieste, Genova, Gioia Tauro e La Spezia rappresentano il terminale occidentale del corridoio Suez-Mediterraneo. Se questa direttrice perde efficienza, anche la centralità logistica italiana viene inevitabilmente ridimensionata.

 

Conclusioni

Le tensioni nel Golfo Persico e nel Mar Rosso hanno evidenziato una realtà che l’Italia non può più ignorare. La prosperità economica nazionale dipende dalla sicurezza di un corridoio marittimo che inizia nello Stretto di Hormuz, attraversa Bab el-Mandeb e termina nel Canale di Suez.

Per questo motivo Roma dovrebbe considerare questi tre passaggi non come semplici questioni di politica estera, ma come elementi centrali della propria strategia di sicurezza economica nazionale. In un mondo caratterizzato dalla competizione tra grandi potenze e dalla crescente instabilità regionale, la protezione delle rotte marittime non rappresenta soltanto una priorità commerciale, ma costituisce una condizione essenziale per garantire crescita, stabilità e autonomia strategica all’Italia.

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *