Seleziona Pagina

Quando cambia il mare, cambia la storia

alleanza, difesa, geografia, Italia, Mediterraneo, NATO, sicurezza, Unione Europea | 0 commenti

Con la caduta di Costantinopoli nel 1453 e la continua espansione ottomana nel Mediterraneo orientale, avevano reso complicato i traffici con l’Oriente. La ricerca di una via alternativa inaugurò l’era delle grandi esplorazioni. Con la scoperta dell’America (1492) l’Oceano Atlantico divenne il centro dei nuovi scambi commerciali mondiali determinando la marginalizzazione delle vecchie potenze con l’ascesa di nuovi Paesi e dei loro imperi coloniali.

Con la scoperta dell’America l’Atlantico sostituì il Mediterraneo come centro del mondo. Oggi il Pacifico potrebbe fare lo stesso con l’Atlantico. Forse il momento storico che stiamo vivendo può essere riassunto in questo modo: l’Occidente sta vivendo, similmente, ciò che il Mediterraneo visse dopo la scoperta dell’America.

Per secoli il Mare Nostrum fu il cuore pulsante della civiltà, del commercio e della politica mondiale. Le grandi città marinare italiane, i porti levantini e le potenze mediterranee controllavano le principali rotte economiche del mondo conosciuto.
La Scoperta dell’America non rappresentò soltanto l’apertura di nuove rotte commerciali, ma segnò il progressivo spostamento del baricentro economico e geopolitico del pianeta. Da quel momento la centralità si trasferì verso l’oceano Atlantico. La storia moderna infatti parla soprattutto dei Paesi che si affacciavano sull’Oceano come il Portogallo, la Spagna, l’Olanda, la Francia e l’Inghilterra. Il Mediterraneo non cessò mai di produrre cultura, ricchezza e civiltà, ma smise progressivamente di essere il centro del mondo.

Oggi stiamo probabilmente assistendo a un fenomeno analogo.

Negli ultimi decenni il baricentro economico mondiale si sta progressivamente spostando verso l’Asia e l’Indo-Pacifico. La crescita della Cina, l’ascesa dell’India, il peso tecnologico di Corea del Sud e Giappone, le rotte commerciali indo-pacifiche, la competizione navale nel Pacifico e persino il crescente interesse per le rotte artiche stanno ridisegnando la geografia del potere globale.

Non si tratta soltanto di commercio o produzione industriale. In Asia si concentra ormai una parte decisiva della popolazione mondiale, della manifattura globale e, sempre più, anche dell’innovazione tecnologica e finanziaria. È lì che si sta spostando il cuore produttivo e demografico del pianeta.

Se nel XVI secolo il Mediterraneo fu “periferizzato” dall’Atlantico, oggi è l’Atlantico a rischiare di essere periferizzato dal Pacifico.

Gli Stati Uniti restano la principale potenza mondiale, ma non sono più il centro esclusivo delle catene logistiche, della crescita economica globale, della produzione industriale e culturale. Sempre più merci, tecnologie, materie prime e investimenti transitano attraverso l’Indo-Pacifico. Non è un caso che le principali tensioni strategiche contemporanee sono localizzate a Taiwan nel Mar Cinese Meridionale e nel Golfo Persico, dove si concentrano i nuovi “cuori geografici” del mondo.

La storia del potere mondiale è sempre stata anche una storia di mari. Il Mediterraneo infatti fu il mare della civiltà antica.
L’Atlantico fu il mare dell’espansione europea e della modernità occidentale.
Il Pacifico potrebbe essere destinato a diventare il mare del XXI secolo.

Questo mutamento pone una questione fondamentale per l’Unione Europea e, soprattutto, per Paesi mediterranei come l’Italia.

Perché quando il centro del mondo si sposta, cambia tutto, cambiano i flussi commerciali, le alleanze politiche, gli investimenti, le infrastrutture strategiche e persino la percezione culturale della rilevanza di un territorio. L’Europa continua spesso a percepirsi come uno dei fulcri della politica mondiale, ma rischia oggi ciò che il Mediterraneo subì cinque secoli fa, ovvero continuare a considerarsi il centro del mondo mentre il mondo aveva già spostato altrove il proprio centro. In questo senso, il rischio per l’Europa non è soltanto economico, ma anche psicologico e strategico. Le grandi potenze emergenti ragionano già su scala indo-pacifica, tecnologica e demografica, mentre molte cancellerie europee continuano a muoversi secondo categorie non più adeguate ai tempi che corrono.

Eppure, proprio in questa trasformazione potrebbe nascondersi una nuova opportunità.

Se il Pacifico sarà il fulcro economico globale, il Mediterraneo potrebbe assumere una funzione strategica come cerniera tra Europa, Africa e Asia. Le rotte energetiche, i cavi sottomarini, i collegamenti logistici tra Suez e Gibilterra, la stabilizzazione del Nord Africa e il futuro sviluppo demografico africano potrebbero rendere nuovamente il Mediterraneo uno spazio decisivo, sebbene con un ruolo diverso rispetto al passato.

La domanda, allora, non è se il mondo stia cambiando ma capire se l’Europa (intesa come Ue) e l’Italia abbiano compreso abbastanza che il centro della storia si sta spostando altrove.

Le crisi energetiche degli ultimi anni hanno posto di nuovo al centro quanto sia fondamentale avere rotte sicure, non solo ad Hormuz, anche a Bab al Mandad e nel Mediterraneo. La posizione geografica dell’Italia la rende inevitabilmente il centro del Mediterraneo, e può essere un hub perfetto e naturale per l’Ue come snodo tra l’Europa, l’Africa e il Medio-oriente. Questo rappresenta per i porti, specialmente quelli del Mezzogiorno, l’occasione di diventar terminali strategici delle rotte commerciali tra continenti diversi. I porti commerciali italiani (specialmente quelli del mezzogiorno) sono sottoutilizzati, rispetto a quelli del nord Italia e nord Europa. Le merci asiatiche arrivano attraverso lo stretto di Suez, però paradossalmente continuano a essere i porti del Nord (sia Italia che Europa) a gestire questi traffici. Questo è un chiaro segno di come la dimensione mediterranea in Italia e in Europa non è centrale.

Se l’Italia adoperasse una politica più pressante su questi temi Roma potrebbe diventare un centro diplomatico mediterraneo, non solo per l’Italia stessa, ma anche per l’Unione europea.

In questa prospettiva c’è da tenere conto anche del peso demografico. L’Africa sta aumentando demograficamente. Questo aspetto ha diversi significati. Il continente diventerà un mercato strategico potenziale nel futuro prossimo e col tempo il peso demografico comporterà che molte materie prime invece di essere esportare verranno consumate internamente per coprire il fabbisogno interno. Il continente nero è ricco di risorse utili per la transizione ecologica e digitale. Con un giusto approccio si possono costruire per connessioni politiche, economiche, culturali e infrastrutturali forti. E chi sarà capace di costruire queste connessioni potrebbe avere un vantaggio decisivo in termini di soft power e di influenza. In questo secolo l’Africa non sarà solo una questione migratoria, ma sarà teatro di competizioni d’influenza politica e economica globale.

Nel mar Mediterraneo tutt’ora passano dati, informazioni quindi, a livello fisico, cavi e connessioni, strategici per collegare continenti diversi.

L’Ue ha dedicato poco spazio al Mediterraneo concentrandosi di più nel cuore del continente. Dato il momento storico l’Italia e l’Ue dovrebbe guardare verso Sud.

Tutto questo ovviamente richiede una visione geopolitica di lungo periodo che l’Italia forse non ha, ma che forse nemmeno l’Ue dispone. Roma deve tornare a recuperare quella dimensione marittima che probabilmente le consentirebbe di aumentare di potenza nelle sedi comunitarie e internazionali.

La storia non aspetta chi resta fermo a guardare il mare che cambia. Quando cambia il mare su cui ruota il mondo, cambia anche la gerarchia. Comprenderlo significa sopravvivere geopoliticamente. Il Mediterraneo potrebbe tornare centrale nel momento in cui si rischia di dimenticarlo.

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *