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DIRITTO INTERNAZIONALE O PESO SPECIFICO?

Italia, Mediterraneo, NATO, Stati Uniti, Unione Europea | 0 commenti

Dopo il caso flottiglia a cui è stato impedito di accedere a Gaza è tornata alla ribalta la questione del diritto internazionale. Dopo diverse pressione esterne il 13 ottobre di quest’anno, a Sharm el-Sheikh, è stato firmato l’accordo di pace con l’obiettivo di porre fine alla guerra a Gaza e di restituire stabilità al Medio Oriente. Per molti è stato il presidente americano a gettare le basi di questo processo, e grazie al suo pragmatismo, si ritiene che abbia agevolato la creazione di un nuovo corso di stabilizzazione nella regione.
Ma è davvero così? O sono stati altri attori a determinare la firma degli accordi di pace?
E l’Ue che ruolo ha avuto in questa vicenda? È stata protagonista o una semplice spettatrice?
Le regole e i valori che l’UE afferma nelle sedi istituzionali trovano riscontro nella realtà o restano solo retorica politica?

Le mosse del mondo arabo

Per i Paesi arabi la guerra a Gaza ha un significato profondamente diverso rispetto ai Paesi occidentali. L’opinione pubblica araba è fortemente sensibile e solidale con il popolo palestinese, e questo ha spinto alcuni governi della regione ad agire di fronte alla scarsa incisività delle potenze occidentali.

Ma facciamo dei passi indietro. Ci sono dei momenti chiave negli ultimi mesi che hanno portato alla firma a Sharm el-Sheikh e all’accelerata degli USA sulla realizzazione dell’accordo.

  • Aprile 2025 – Cina e Arabia Saudita hanno firmato un memorandum d’intesa sulla cooperazione in materia di sicurezza e sulla regolamentazione dell’energia nucleare.
  • Luglio–Agosto 2025 – Si tengono degli incontri istituzionali tra i rappresentanti governativi e militari di Cina e Pakistan.
  • 9 settembre 2025 – Un raid israeliano colpisce a Doha in Qatar una sede di Hamas.
  • 17 settembre 2025 – A Riyadh viene firmato lo Strategic Mutual Defence Agreement tra Arabia Saudita e Pakistan.

L’accordo di difesa “Strategic Mutual Defence Agreement” stabilisce che ogni aggressione contro uno dei due Paesi sarà considerato come un attacco contro l’altro, e punta a rendere più forte la cooperazione militare e la sicurezza della regione. Durante la firma inoltre, è stato sottolineato che l’intesa tra i due Paesi resta aperta all’adesione di altre nazioni arabe.

Con questo accordo l’Arabia Saudita vuole consolidare la propria capacità difensiva e a ridurre la sua dipendenza difensiva estera dagli Stati Uniti, costruendo nuove alleanze regionali.
Gli USA hanno “sicuramente” interpretato questa mossa come un segnale geopolitico forte, tale da spingere Washington a riconsiderare la sua politica estera in Medio orientale.
Anche per l’Iran l’accordo è un chiaro segnale che sancisce la nascita di una nuova alleanza sunnita che potrebbe spingere Teheran (sciita) all’isolamento regionale.

Alcuni analisti credono che dietro la stipula dell’accordo tra Arabia Saudita e Pakistan vi sia dietro la mano della Cina.
Islamabad, infatti, dipende dalle forniture tecnologiche e militari di Pechino per mezzi come droni, missili e aerei. L’accordo potrebbe agevolare il trasferimento di tecnologie di origine cinese verso l’Arabia. Inoltre, il “Dragone” intrattiene da tempo solidi rapporti civili e nucleari con Riyadh.

Tuttavia, se davvero il presidente Trump avesse voluto concludere un processo di pace, come mai il 18 settembre 2025 ha posto il veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU su una risoluzione per la tregua a Gaza?

Dati gli eventi elencati, forse è a stato l’attivismo degli arabi, in particolare dell’Arabia Saudita, a spingere gli USA ad accelerare su un accordo di “pace” per una tregua a Gaza e cambiare passo sulla politica estera.

L’Ue spettatore o attore?

Durante la firma degli accordi di Sharm l’Ue era presente, ma solo come spettatore.
La sua politica estera e di difesa resta frammentata, poiché tali competenze appartengono ancora ai singoli Stati membri.
Nel caso di Gaza, l’Ue si è limitata a fornire aiuti umanitari con assistenza medica, sanitaria ed economica, con forti dichiarazioni a favore del cessate il fuoco e contro l’uso della forza.
Attualmente, Bruxelles sta valutando la possibilità di sospendere alcuni accordi commerciali con Israele, ma le sue azioni restano ancora limitate.

Sul fronte ucraino, la situazione non è molto diversa anche se l’Ue ha sostenuto Kiev con aiuti economici, finanziari e umanitari, oltre a fornire supporto alle forze armate ucraine. Tuttavia, la sua “scarsa manovrabilità” deriva dal fatto che molte competenze cruciali rimangono sempre agli Stati membri, riducendo la coesione e l’efficacia dell’azione europea.

Ma all’interno dell’Unione Europea si notano incongruenze sia sull’unitarietà dell’azione comunitaria che sul rispetto delle regole.

Il caso dell’Ungheria è quello più emblematico. Il premier Orbán non ha mai approvato le sanzioni contro la Russia ed è stato il primo leader europeo a cercare un dialogo con Mosca, durante la presidenza di turno semestrale, senza alcun mandato del Consiglio Europeo. Per non parlare della precarietà dello stato di diritto che vige in Ungheria che viola il diritto europeo. Inoltre l’Ungheria (e la Slovacchia) ha beneficiato fino ad oggi dei rifornimenti di idrocarburi russi, mentre gli altri Paesi dell’unione hanno interrotto i rapporti commerciali.

L’ultimo pacchetto di sanzioni (il 19°) ha l’obiettivo di mettere in difficoltà le grosse aziende russe che commerciano il petrolio, e non solo.
In questo scenario, pochi giorni fa, Trump, aveva espresso l’intenzione di incontrare Putin a Budapest, con l’obiettivo di congelare la guerra in Ucraina. Ora questa ipotesi di incontro sembra non essere imminente.

Le incongruenze dell’Ue emergono anche sul lato dei conti.
In Francia, la difficile situazione politica ed economica ha spinto il nuovo primo ministro a rinviare la riforma delle pensioni per ottenere la fiducia.
Il recente declassamento del debito francese da parte di Fitch ha messo in difficoltà i conti pubblici, mentre la BCE, guidata da Christine Lagarde (francese) ha minimizzato sulla necessità da parte della Francia di chiedere un intervento del FMI. Ma Parigi presenta comunque una situazione complicata con un deficit strutturale superiore al 5% e un debito pubblico pari al 116% del PIL, in gran parte detenuto da investitori stranieri. Con un rapporto deficit/PIL previsto al 4%, Parigi cosi rischia di violare i parametri europei, senza subire però conseguenze politiche ed economiche immediate da parte degli organi comunitari.
Questo doppio standard, tolleranza per alcuni, rigore e serietà per altri continua a evidenziare il diverso peso politico ed economico che vige all’interno dell’Unione, che purtroppo è ancora fortemente condizionata dalla guida dell’asse franco-tedesco. Se al posto della Francia ci fosse stata, per esempio, l’Italia, cosa sarebbe successo? La commissione quante lettere avrebbe inviato al Quirinale?

Conclusioni

I Paesi del Golfo dagli anni ’40 del secolo scorso beneficiano della protezione militare USA. Washington ha garantito protezione militare e supporto politico, mentre i Paesi del Golfo hanno assicurato forniture energetiche e investimenti nei mercati occidentali. Buona parte dei proventi del petrolio vengono investisti nei titoli del tesoro USA, in cambio di tecnologia, armi americane e l’uso del dollaro come moneta per la vendita del greggio. Oggi gli Arabi sono consapevoli di trovarsi nel mezzo di un equilibrio internazionale precario tra pressioni di entrambi i blocchi. Ricordo che sia l’Arabia Saudita, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti sono membri BRICS. Alla luce della nuova politica americana e delle dinamiche in Medio-oriente, l’attivismo diplomatico di alcuni Paesi (Arabia Saudita in particolare) abbia favorito questo accordo di “pace” (fragile).

Nel frattempo diversi Paesi europei recentemente hanno riconosciuto lo stato palestinese, e allo stesso tempo molti si sono indignati su come la marina israeliana abbia intercettato e bloccato la flottiglia sollevando il caso sul mancato rispetto del diritto internazionale. Eppure all’interno della stessa Unione europea non mancano esempi di Paesi che ignorano le leggi e regolamenti comunitari senza subire conseguenze.

Questa contraddizione, sia esterna che interna, evidenzia di fatto che l’Ue fatica ad esercitare un peso politico in ambito globale nonostante la sua forza economica. L’Ue, per com’è adesso, è prigioniera di sé stessa, delle divisioni interne e dalle disparità di trattamento tra gli Stati membri. Nel nuovo equilibrio internazionale pare che la bussola non punti sui valori o sulla retorica politica, ma più sul peso specifico che un Paese riesce o meno ad esercitare.

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