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Fantageopolitica: dal nuovo triangolo musulmano a una nuova Bretton Woods?

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La firma dell’accordo di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan del 7 agosto 2026 rappresenta uno degli sviluppi geopolitici più significativi per la storia recente e per gli equilibri geopolitici. L’intesa stabilisce che un’aggressione contro uno dei tre Paesi debba essere considerata un’aggressione contro tutti e prevede una crescente cooperazione militare e industriale. Formalmente non nasce un’alleanza contro gli Stati Uniti o Israele. Ma la geopolitica non si misura soltanto attraverso le dichiarazioni ufficiali, ma occorre interrogarsi sugli equilibri che una nuova architettura può produrre.

Ed è qui che potrebbe emergere uno scenario sulla vera portata dell’accordo, la possibilità di un Medio Oriente progressivamente meno dipendente da Washington.

Un nuovo polo nel cuore del Medio Oriente

La combinazione delle risorse dei tre Paesi è particolarmente significativa. La Turchia ha dalla sua una buona capacità militare (secondo esercito NATO), industriale e tecnologica; il Pakistan una rilevante capacità nucleare e di manodopera; l’Arabia Saudita mette a disposizione risorse energetiche, finanziarie e un peso politico determinante nel mondo arabo e mussulmano. 

Per decenni gli Stati Uniti hanno rappresentato il principale garante della sicurezza dei Paesi del Golfo. La nuova alleanza introduce invece una logica diversa ovvero, la sicurezza regionale può essere costruita anche senza dipendere esclusivamente da Washington. Questo riguarda inevitabilmente anche Israele.

Non significa che Riyadh, Ankara e Islamabad siano diventati automaticamente una coalizione anti-israeliana o antiamericana. Significa però che potrebbe progressivamente ridursi la centralità di Israele quale principale pilastro regionale della strategia americana e, con essa, la capacità di Washington di determinare unilateralmente gli equilibri mediorientali. Alla base degli accordi di Abramo c’era appunto la capacità militare, tecnologica e nucleare israeliana di poter garantire difesa e stabilità ai Paesi del Golfo.

Il nuovo triangolo musulmano può quindi diventare un contrappeso sia all’influenza americana sia alla superiorità strategica israeliana. Infatti è da dedurre che nel mondo arabo sia cresciuto una certa diffidenza sull’affidabilità di Israele dati dagli attacchi compiuti dall’IDF in alcuni Paesi arabi e la risposta dell’Iran che minaccia a attacca le basi USA presenti nei Paesi del Golfo. Inoltre le recenti tensioni tra Ankara e Tel Aviv rendono ancora più complessa una situazione abbastanza complicata.   

Ma la vera partita potrebbe essere ancora più ampia, perchè la dimensione militare rappresenta infatti soltanto una parte della questione. Quella potenzialmente più importante per gli Stati Uniti riguarda anche la sfera economica, finanziaria e monetaria.

Per comprendere il problema bisogna fare un passo indietro nella storia e tornare al 1944, agli accordi di Bretton Woods. In quel momento le potenze Alleate ridefinirono un nuovo sistema internazionale dove il dollaro divenne il perno del sistema monetario mondiale. Le altre valute dovevano essere ancorate al dollaro e il dollaro solo, a sua volta, era convertibile in oro a un prezzo fisso. Il sistema terminò negli anni Settanta, ma una parte essenziale della sua eredità sopravvisse, infatti il dollaro rimase come principale strumento di riserva, di regolamento e finanziario dell’economia mondiale.

È proprio questa eredità che oggi potrebbe essere messa in discussione.

Il sistema del cosiddetto petrodollaro ha alla base accordi tra gli USA e i Paesi del Golfo, dove Washington garantiva sicurezza e in cambio le monarchie arabe scambiavano il loro greggio in dollari. Questo meccanismo ha contribuito per decenni a rafforzare la domanda internazionale di dollari. I Paesi produttori di petrolio hanno accumulato enormi disponibilità denominate in dollari e una parte di questi capitali è confluita nei mercati finanziari statunitensi.

Questo ha prodotto un vantaggio strategico per Washington perchè con la domanda di dollari non si acquista soltanto beni e servizi americani, ma anche attività finanziarie americane. Tra queste, i Treasury, che sono i titoli di Stato emessi dal governo federale degli Stati Uniti per finanziare il proprio debito pubblico e sono considerati tra gli investimenti più sicuri e liquidi al mondo.

Attualmente gli investitori esteri del debito pubblico americano detengono all’incirca 9.000 miliardi di dollari di Treasury, pari al 32% dei titoli negoziabili in circolazione. La domanda estera di dollari contribuisce inoltre a sostenere i prezzi dei Treasury e quindi a contenere il costo di finanziamento del debito americano. È qui che la nuova alleanza assume una dimensione strategica per gli Stati Uniti.

Il rischio di erosione del dollaro

Non è realistico credere che l’Arabia Saudita abbandoni il dollaro da un giorno all’altro, oppure che il dollaro sia prossimo al collasso.

Oggi il dollaro rimane tuttora la principale valuta di riserva mondiale. Facendo un’esempio nel 2024 la valuta statunitense rappresentava circa il 58% delle riserve valutarie ufficiali globali, contro circa il 20% dell’euro.

Il problema è un altro, ovvero la diversificazione che potrebbe avvenire. E per diversificazione si intende non solo quella strategica militare, ma anche economica finanziaria e quella monetaria.

Se l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo dovessero iniziare a diversificare maggiormente le proprie riserve, i propri investimenti e le valute utilizzate nel commercio energetico internazionale, il problema per Washington non sarebbe immediato, ma strutturale. Significherebbe nel medio periodo meno dollari detenuti, meno Treasury acquistati. Quindi maggiore domanda di altre valute e altri asset alternativi e maggiore utilizzo di sistemi finanziari alternativi.

Così nel lungo periodo ci potrebbe essere una maggiore possibilità di regolare una parte del commercio energetico internazionale senza passare necessariamente dal dollaro.

Con questa alleanza non inizia la fine dell’egemonia monetaria americana, ma potrebbe essere il momento in cui inizia la sua erosione politica.

Verso una “nuova Bretton Woods”?

Una nuova Bretton Woods non dovrebbe essere intesa come la ripetizione della conferenza del 1944. Potrebbe invece indicare la progressiva costruzione di un nuovo equilibrio monetario internazionale, nel quale il dollaro rimanga centrale ma non più dominante come prima, con un sistema monetario più frammentato e multipolare.

E il nuovo triangolo Riyad–Ankara–Islamabad potrebbe diventare uno dei nodi attraverso i quali questa trasformazione acceleri. L’Arabia Saudita dispone di capitali e fonti d’energia; la Turchia della capacità industriale e della posizione geografica; il Pakistan della profondità strategica verso l’Asia meridionale, l’arma nucleare e una manodopera a basso costo. Se questa cooperazione dovesse integrarsi ulteriormente con le economie asiatiche e con le iniziative finanziarie alternative al sistema occidentale, la questione non sarebbe più soltanto mediorientale, ma diventerebbe una questione di potere globale americano.

Perché l’Europa non può rimanere spettatrice

È in questo scenario che il Mediterraneo assume un’importanza decisiva. L’espansione dell’influenza turca sta ridisegnando uno spazio strategico che comprende Mediterraneo, Nord Africa, Medio Oriente, Suez e Mar Rosso. Per l’Europa e l’Italia questa è una direttrice vitale. Ed è proprio per questo che ritengo che l’attuale momento storico rende necessario approfondire una nuova dottrina strategica per la NATO (come la Dottrina tripolare), e di iniziare una nuova fase politica all’interno dell’Ue per ridefinire posizioni ed equilibri e risolvere vecchie questioni in sospeso, come ad esempio “la questione di Cipro” e le tensioni tra Atene e Parigi con Ankara.

Non una NATO contro la Turchia e nemmeno un’Europa contro gli Stati Uniti, anzi al contrario, una NATO europea transatlantica più forte, capace di impedire che un possibile vuoto strategico lasciato da una possibile riduzione dell’impegno americano venga occupato da una singola potenza regionale.

La vera sfida

Il nuovo accordo tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan non è ancora un nuovo blocco capace di sostituire gli Stati Uniti, ma rappresenta un segnale. Le potenze regionali stanno cercando maggiore autonomia militare, diplomatica e finanziaria. Per Washington il rischio non è soltanto perdere alleati.

È perdere progressivamente l’indispensabilità che ha caratterizzato l’ordine internazionale costruito dopo il 1945 e durante la guerra fredda.

Per l’Europa, invece, questa trasformazione può rappresentare un’opportunità. La risposta non può essere la restaurazione del passato, ma la costruzione di un nuovo equilibrio. Un equilibrio nel quale gli Stati Uniti continuino a rappresentare il principale partner strategico dell’Europa, ma nel quale gli europei siano finalmente in grado di assumersi maggiori responsabilità. È questo il significato che oggi può assumere la Dottrina tripolare della NATO, costruire un’architettura capace di garantire pace e sicurezza non soltanto in Europa, ma anche nel Mediterraneo, in Nord Africa e in Medio Oriente. Per l’Italia significa soprattutto una cosa, smettere di considerare il Mediterraneo la periferia meridionale dell’Europa e riconoscerlo come uno dei centri della sicurezza europea.

Se il mondo sta entrando in una fase di possibile ridefinizione degli equilibri monetari e geopolitici — una sorta di nuova Bretton Woods — l’Europa non può permettersi di arrivare impreparata.

E Roma, più di qualsiasi altra capitale europea, ha le condizioni geografiche e strategiche per diventare uno dei punti di riferimento di questo nuovo equilibrio.

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