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E SE L’OCCIDENTE AVESSE GIA’ PERSO?

Italia, Mediterraneo, NATO, Stati Uniti, Unione Europea | 0 commenti

Nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino gli Stati Uniti sono diventati la superpotenza del pianeta. Il loro trionfo ha avuto risvolti anche ideologici, come la vittoria del capitalismo liberale sul modello sovietico. Questa vittoria diede all’occidente il predominio politico, economico e culturale sul tutto il pianeta. Tuttavia, dopo trent’anni, questo modello non sembra più rispondere alle esigenze della società contemporanea. Le democrazie occidentali affrontano difficoltà sul piano interno einternazionale. La recente parata a Pechino, con la partecipazione di molti capi di Stato non allineati con l’Occidente, conferma l’esistenza di leader stranieri intenzionati a riscrivere la storia e gli equilibri internazionali.

Le democrazie occidentali vivono una crisi su più livelli. Sul piano interno vi è una crescente polarizzazione politica e sociale, alimentata dalle diseguaglianze economiche e dalla precarizzazione del lavoro. La globalizzazione capitalistica liberale si sta rivelando incapace di mantenere le promesse fatte ai Paesi emergenti e, al contrario, ha accentuato fratture economiche e sociali anche all’interno delle stesse società occidentali. L’idea che il capitalismo liberale potesse costituire un motore universale di progresso appare oggi messa in discussione.

Un esempio lampante della perdita di centralità dell’Occidente è la recente parata militare a Pechino, alla quale hanno preso parte molti capi di Stato dei Paesi emergenti non allineati con Washington e Bruxelles. Tale gesto è una dimostrazione simbolica che molti leader internazionali intendono rivedere gli equilibri internazionali e il dominio occidentale. La crescente influenza della Cina con il suo attivismo politico, diplomatico e economico unito alle ambizioni di India, Brasile e Sudafrica, contribuisce a creare un nuovo Sistema multipolare che intende ridurre lo spazio degli USA e dei suoi maggiori alleati, offrendo al mondo un modello alternativo.

Il capitalismo occidentale che negli ultimi anni ha garantito crescita e stabilità, ma oggi mostra limiti evidenti. L’aumento delle diseguaglianze sociali, la difficoltà di garantire un’occupazione stabile, l’incapacità di gestire la transizione ecologica e quella digitale sono tutti segnali di un modello in affanno. Queste contraddizioni si riflettono anche sul piano istituzionale: nei Paesi occidentali cresce il sentimento di sfiducia verso le istituzioni democratiche percepite come incapaci di governare i processi globali, prevenire le crisi e garantire sicurezza e benessere. I social media spesso hanno agiscono come moltiplicatori di divisioni e di disinformazione.

Sul piano internazionale l’Occidente sta affrontando la prospettiva di un ridimensionamento del proprio ruolo storico. Se fino a pochi anni fa gli Stati Uniti e l’Unione Europea dettavano le regole del commercio, della finanza e della diplomazia, oggi assistiamo alla costruzione di nuove reti di alleanze, con diversi interessi e diverse visioni del mondo. I Paesi del cosiddetto Sud globale, forti della loro crescita e della loro disponibilità di risorse naturali cercano spazi di autonomia strategica.

In Europa i segni della crisi democratica sono evidenti con l’astensionismo che cresce, con il rafforzamento di movimenti populistici ed euroscettici e le difficoltà di coesione tra i singoli Stati membri, evidenziano una sfiducia verso il progetto europeo. Questa tendenza, se non invertita, rischia di avere conseguenze strutturali, aprendo scenari di ridefinizione dei rapporti di forza sia interni che esterni all’Ue.

Sul fronte economico sia gli Stati Uniti e l’Ue vivono l’inflazione persistente, la stagnazione della crescita e l’aumento dei debiti pubblici, mettendo così a dura prova la sostenibilità dei sistemi economici e sociali. Negli Stati Uniti, un terzo del debito pubblico è detenuto da attori esteri, con la Cina tra i principali creditori, sebbene Pechino, recentemente, abbia ridotto la propria esposizione a circa 900 miliardi di dollari. Contestualmente, l’aumento del tasso di interesse sul debito, passato dal 3,1% del 2024 al 3,3% attuale, accresce il peso degli oneri finanziari. In Europa, la situazione non è da meno: il declassamento del debito francese da parte di Fitch e la stagnazione della Germania, con una crescita vicina allo zero, rappresentano segnali d’allarme nel cuore dell’Unione europea.

Le tensioni geopolitiche con i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente destabilizzano le aree e le potenze coinvolte. Le provocazioni russe, dalle incursioni con droni alle attività sospette di finanziamento di partiti euroscettici, hanno l’obiettivo di indebolire l’Unione Europea, con l’obiettivo di rafforzare le divisioni interne e minandone la coesione politica.

Le democrazie occidentali appaiono sempre più fragile e incapaci di offrire risposte ai bisogni dei cittadini e vulnerabili alle pressioni esterne. Il capitalismo liberale ha creato in occidentale una forte individualizzazione della società. La tenuta futura della democrazia passerà anche dalla capacità di riformarsi profondamente, di ridurre le diseguaglianze e di costruire un nuovo patto sociale tra i cittadini e la classe politica, che sappia garantire prosperità economica, giustizia sociale e sicurezza collettiva. Senza un tale rinnovamento, l’Occidente rischia di perdere la propria leadership e di compromettere le basi del proprio modello politico e istituzionale. Inoltre le recenti intromissioni del Presidente USA nell’informazione e nel dibattito televisivo e la dichiarazione del ministro dell’economia israeliano sulla miniera immobiliare di Gaza, mina anche il versante narrativo, dimostrando che l’Occidente non porta avanti quei valori che predica.

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